EP - L'Eco di un Urlo

  • Voce-Basso-Chitarra: Giacomo Buonarroti
  • Chitarra elettrica-Basso: Luca Nigro
  • Chitarra elettrica: Alessandro Impicciatore
  • Batteria: Fabrizio Crollari
  • Synth-Effettistica: Leonardo Verticchio

Intro

Parassita

Un cancello blindato confina dal mondo e trattiene celati pensieri e parole.
Un silenzio velato,
Ho la bocca cucita.
Sto in assenza di fiato oramai.
Come posso liberarmi dal mio demone?
Si succhia la ninfa vitale che è dentro di me.
Confuse e opposte emozioni si scagliano contro
Non so cosa dire, ma non posso più…

Stare sotto macerie
Soffro il peso dell’ombra.
Nascosto dietro una pelle di stoffa con il sangue che scoppia
Com’è, perché
Cosa c’è che non va in me?

Inadeguate sono Le tue osservazioni riguardo ogni mia distrazione,
Legittimata da una condizione.
Invece tu, piuttosto…
Falso burattino, superficiale è il tuo modo di agire, di respirare sei tu che tiri a campare.
Oh placida notte, cullami nel tuo spettro embrionale
Dove mi allieto mi alieno.
Ho le mani stanche di stringere convenzioni, lasciano la presa e ritorno alla mia essenza.

E ficco le dita in gola
Sputo fuori il veleno. Il morbo più deleterio per il corpo ed il pensiero
Com’è, perché
Cosa c’è che non va in me?

Oltre il vetro

Sto zitto, rallento, mi fermo ed annuso la puzza che tira quaLe strade son già desolate, nel buio cent’ombre mi fissano
Relitti di una società, vedono in me una loro rivalsa
Agli occhi degli altri svanisce la parte oscura della candida luna

Spero che non mi lasci morire qua da solo
Sopra, le stelle compiangono noi tra vecchi cartoni e bocce di alcool

Guardali…
come disperan dei loro problemi. un nodo alla cravatta, mocassini che splendono fanno strada alle loro bugie! Son tutti presi dai loro doveri mi passan vicino ed io qui, col culo per terra mi arrendo alla cruda realtà.

Spero che non mi lasci morire qua da solo
Sopra, le stelle compiangono noi tra vecchi cartoni e bocce di alcool

hei tu, uomo! Raccogli la mia dignità.
Perché non riesci a guardare verso di me!?
Oltre il vetro sporco.

Stringo le gambe tra le braccia e chissà, forse l’uomo nero non arriverà.

Le ragione che vuoi

Che anno è? Ho perso il conto dall’ultima volta che ti ho visto di persona.
Quella che cerco di darmi non è religione, ne pura astrazione Son tutte parole che puzzan di plastica, almeno per me…
Ti tengo spesso in custodia della mia memoria, ne faccio un tesoro che regge la spina dorsale e dà forma perciò questa è la prova e mi consolerò

Non si svanisce all’improvviso Senz’un’impronta o di un simbolo inciso la fine dei giorni è un cambio di stato da conscio ad ambiguità.

Piccole infinitesimali gocce in picchiata col tempo contato schiantandosi al suolo si alza un frastuono, e tintinnano al vetro.
Nascono in fretta da madre natura
Caduta libera in corso per loro, alcune rompono durante il volo.
Mi sembra sia impossibile far fronte all’intangibile, all’inesorabile lotta col tempo.
D’altronde è un po’più facile ingozzarsi con le prediche
Purché ci pensi qualcun altro a darti
Le ragioni che vuoi
Le ragioni che vuoi…

Non si svanisce all’improvviso
Senz’un’impronta o di un simbolo inciso
la fine dei giorni è un cambio di stato da conscio ad ambiguità.

Mi sembra sia impossibile far fronte all’intangibile, all’inesorabile lotta col tempo.
D’altronde è un po’più facile ingozzarsi con le prediche,
Purché ci pensi qualcun altro a darti
Le ragioni che vuoi
Le ragioni che vuoi
Le ragioni che vuoi
Le ragioni che vuoi…

Squarcio Nero

Salvaci, Dio dei buoni costumi.
Dietro false promesse ci sveli i tuoi piani.
Il petto di un uomo traspare e ci mostra
il suo cuore impestato di sporco catrame.
Il tetto del mondo trasuda lento,
quel viscido nero, che infesta le genti.
Qualche bagliore nel marcio generale
spunta al di fuori e schiacciato ora muore.

È il mostro dell’odio!
Dilania il terreno!

Un cielo mieloso ricopre il reame
di un popolo fiero di affilare le lame.
Morti viventi irosi e violenti,
giaccion lì in fondo ai piedi del mondo.
Tra ghigni silenti, mutano il volto.
Ti mostrano il sorriso e ti sputano contro.
Ma quel poco di buono che ancora rimane,
si china nel buio e pian piano scompare.

È il mostro dell’odio!
Dilania il terreno!

È il mostro dell’odio!
Dilania il terreno!
Scatena irrompente!
Uno squarcio nero.

L’eco di un urlo

Inchiodami su di un letto di spine.
Vuoi vedermi tacere?
Rischio di vacillare i sogni tuoi!?
Credi di brillare nell’oscurità,
se mi tagli la lingua forse puoi levarti
l’idea
di cadere all’indietro nel buio di mille
domande, privo di ogni certezza arrogante.

E lì l’aria cade a pezzi,
pesanti e ingombranti
tanto da schiacciarti.
Se cerchi rifugio, ti aspetti un aiuto
l’unica replica…
Nell’eco di un urlo.

Solo col tempo capisco che c’è un sipario
che copre lo spettatore reale
dalla pura natura teatrale.
Brancolanti come mosche d’inverno
nel nostro universo mortale,
antropizziamo, semplifichiamo,
o peggio imponiamo dottrine
volte a riempire il vuoto di ogni perché….
Ti arroghi il diritto di esigere la verità!
Qual’ è, qual’ è, qual’ è…
Mi chiedo quale sia!?

E lì l’aria cade a pezzi,
pesanti e ingombranti
tanto da schiacciarti.
Se cerchi rifugio, ti aspetti un aiuto
l’unica replica…
Nell’eco di un urlo.

Fattene
una ragione.
Puoi tenere
la tua quotidiana lezione morale
su cos’è giusto fare, pensare,
o pregare un futuro migliore.

Nuvole

Se grandinano sassi è di certo perché
colpa delle nuvole;
gassose e impalpabili,
sfiorandole impazziscono.
Tutto questo è tale
per il semplice fatto
che sono io a toccarle,
immaginarle…
per un attimo a mia disposizione.
E invidio il tuo modo deciso
di andare a colpo sicuro.
E invidio il tuo modo deciso
di prendermi per il culo…

È che stai messo in piedi
quasi a dare un dritto senso a quel dito
che punti lì verso l’alto.
A me capita il dito si perda per strada,
durante la corsa decisa,
a ridosso delle nuvole…

Forse son gli anni apposta studiati
per essere banali, scontatamente convinti,
per convenienza ritti, passivamente spinti.
Non so a te ma l’analisi di ciò che accade
pervade le idee e più penso ad un senso,
più lo trovo… più scompare.